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MANI IN PASTA, LA MARMILLA NEL SEGNO DELLA TRADIZIONE
Lunamatrona

Foto associazione Coricheddos

Le "mani di fata" di Gabriela Pitzianti dell’associazione culturale Coriccheddos

«In casa si faceva tutto ciò che era necessario, per questo mia madre non ha mai comprato pasta. Né ha mai acquistato biscotti per la colazione perché li preparava lei e quando li faceva ne dava anche al vicinato. Mi piaceva questa condivisione: i vicini si ricordano ancora di quei biscotti e tengono vivo, in questo modo, il ricordo di mia madre». Dietro il suo sorriso luminoso Maria Gabriela Pitzianti svela il forte senso di comunità che ha conosciuto da bambina nella sua Lunamatrona.

Esperta di tradizioni culinarie della Sardegna, con la sua associazione culturale Coriccheddos preserva la cultura della tradizione gastronomica della Marmilla tenendo corsi e laboratori, attraendo appassionati anche dall’estero. Osservandola all’opera si ha una la piena cognizione delle sue “mani di fata”. I ricami sui dolci hanno la stessa bellezza che dimostrano le creazioni realizzate con ago e filo. In casa sa davvero fare di tutto, con un garbo più unico che raro. Quasi un peccato mangiare le sue leccornie più elaborate. Ma il palato appagato dopo l’assaggio placa qualunque senso di colpa. «Ho iniziato da piccola, a 11 anni. Ricordo che le mie zie aprirono un locale con bar e cinema e facevano i frati fritti, is parafrittus, il venerdi sera o il sabato. Io le aiutavo perché non c’erano impastatrici: si preparavano 500 o 600 fritti per gli arrivi da tutto il circondario, visto che gli altri cinema erano a Cagliari e Oristano».

L’associazione nasce nel 2012. Prima si dedicava a tempo pieno per il marito Giorgio e i figli Francesco e Giulia. Grande conoscitrice di erbe e piante, era a un passo dalla laurea in botanica. Ma a 23 anni incontra anche l’amore della sua vita e decide di sposarlo e tirare su una meravigliosa famiglia, giusto ora appena allargata dall’arrivo della splendida nipotina dagli occhi blu.

«Quando i ragazzi hanno iniziato a crescere, spinta da alcune amiche, mi è venuta l’idea dell’associazione. C’erano quattro o cinque signore con cui abbiamo iniziato a fare dolci natalizi. Poi a Masullas ci avevano chiesto un laboratorio di paste fresche tipiche del territorio: crogoristasa e caombasa, le creste di gallo e colombelle. Inoltre, un noto ristorante cagliaritano mi cercò per una dimostrazione dal vivo prima di una cena. E da questi eventi è partito tutto». L’attività associativa è diventata condivisione di saperi e di gusti. Gabriela Pitzianti, per le sue abilità, viene riconosciuta come maestra. Per lei fare un laboratorio è una cosa molto molto seria e lo chiarisce: «Quando insegni devi farlo bene. E se nascondi il tuo sapere non puoi trasmetterlo come dovresti. Inoltre uso materia prima di alta qualità: il mio grano biologico che lavo e asciugo come si faceva in passato».

I giapponesi, sempre a caccia di esperienze autentiche, sono arrivati quasi subito. Alcune volte erano nonne che si sono portate dietro anche le nipoti. Una volta si presentò un argentino per imparare a fare la pasta tipica sarda. In seguito tornò portando anche cuochi dal suo paese. Altri la trovarono tramite il celebre chef Roberto Petza. Tutti in cerca di saperi tradizionali. Se oggi le si domanda cosa sia la tradizione risponde che è «un modo di vivere meglio utilizzando ciò che molti anni fa si usava semplicemente per vivere».

La sua trasmissione di saperi le ha fatto incontrare altri popoli. «I primi sono stati giapponesi, molto interessati alla cultura italiana in generale ma anche a quella sarda. Vogliono apprendere tanto, sono instancabili e hanno voglia di imparare», racconta citando un episodio: «Una volta una chef giapponese è venuta ed è rimasta una settimana per imparare la nostra cultura, applicandosi dalle 8 del mattino alle 8 di sera. Ho provato a dirle che in Marmilla c’è molto da vedere e che l’avrei portata in giro. Ma rifiutò perché era venuta solo per imparare quello che sapevo fare».

In cucina porta l’unicità di paste e dolci che si fanno solo in Marmilla. Ci sono amaretti e papassini. I savoiardi, serviti soprattutto per la visita dagli sposi o di un nascituro, venivano chiamati pistoccus de caffei. La truta matz’e mendula, preparata con uova, mandorle macinate, farina di grano duro (su scetti de trigu), era la torta di battesimi e matrimoni.

«L’amore per il pane è nato da quando abbiamo iniziato a coltivare il grano nei nostri terreni», spiega. Il padre agricoltore era mezzadro per l’Istituto Cottolengo e facevano una grandissima produzione di grano. Nel frattempo il progresso che avanza fa qualche scempio. «All’inizio degli anni ‘60 in generale si smise di fare il pane e si demolirono i forni domestici perché gli agricoltori iniziarono a dare il grano per avere il pane pronto. C’era zia Mariedda, analfabeta, che teneva conto del grano portato per avere la farina e il pane. Usava dei piccoli quaderni di colore differente su cui veniva riportato il nome della famiglia e si affidava alla presenza dei ragazzini per saper cosa c’era scritto: “Picciocheddu, ita esi iscritto innoe?”, chiedeva». C’era il tipico civraxiu e il sabato si comprava coccoi, la tradizionale pasta dura anche di un chilo e mezzo. «La capofamiglia dei nuclei numerosi andava a prenderlo con la cesta in testa».

Con l’avvicinarsi della Pasqua è periodo di pani decorati per i bambini. «Ogni massaia realizzava coccoi con una fantasia diversa ed erano regali di buon augurio al posto delle uova di cioccolato che non c’erano», ricorda. Come dimenticare il “coccoi cun s’ ou”, il pane con l’uovo di gallina cotto avvolto nella pasta. Li realizza come fossero uccellini, delicati ed emozionanti. Ma i veri maestri sanno anche sperimentare. Lei lo fa: «Ne faccio tante. Per esempio preparo il pane con il rosolaccio, cioè il papavero. In un altro pane uso le bacche di lentischio che raggiungono la maturazione all’inizio dell’estate».

Quella natura la conosce bene, nella bellezza delle sue spighe dorate sotto il sole estivo, nei campi di papaveri rossi e nei verdi brillanti della primavera. Chi viene a trovarla in questo piccolo centro di neanche 1700 abitanti desidera toccare da vicino l’autenticità. Sporcarsi le mani di farina e apprendere. Intanto la Marmilla si veste dei colori di aprile e l’associazione è pronta a farla vivere ripronendo su spassieddu e un pic nic se il meteo lo permetterà. E cosa vorrà fare da grande? «Continuo così, incontrare persone mi appaga».

Manuela Vacca

Redazione SardegnaEventi24.it

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